Castelrotto: la fondazione

Il Knedelgrup nasce in maniera spontanea nell' estate del 2004 in quel di Castelrotto, ridente paesino dell'Alto Adige ai piedi della famosa Punta Santer. Eravamo andati a trascorrere una vacanza in montagna e dopo aver gustato alla sagra paesana i mitici knedel, Nico ha coniato il nome del gruppo che si è sempre distinto per avere al suo interno dei validi bongustai.

Il Knedelgrup, formazione 2008

Il Knedelgrup, formazione 2008

lunedì 4 luglio 2011

CAI ON 3 luglio, Fusine (UD)


Lasciamo Valbruna alle 8:45 e raggiungiamo il lago Superiore di Fusine in meno di mezz’ora. Alle 9:30 introduciamo i temi dell’escursione sostando nei pressi del delta lacustre del lago Superiore, da pochi giorni libero dall’acqua. Solo mezz’ora dopo, una volta presentati gli aspetti geologici e le particolarità faunistiche e vegetazionali dell’area, il gruppo di testa inizia il percorso.

Quando concluderemo la gita, arrivati tra il lago Superiore e quello Inferiore (masso “Pirona”) il GPS segnala un impiego di quasi 9 ore per la camminata di 11,5 km (http://connect.garmin.com/activity/96750430) e un totale di 19 mila passi.


La lunga pausa (più di un’ora) che si nota nel grafico blu dopo la quarta ora di camminata corrisponde alla sosta presso il rif. Zacchi, a 1380 metri di quota. Ma prima di arrivarci percorriamo il sentiero 514-515 ammirando da sud la vista sul lago Inferiore e superando il prato di ripristino gestito dalla Regione.Nella foto a lato, scattata da Daniela Mangiola, l'incontro ravvicinato con i cavalli che contribuiscono, nel progetto regionale, a mantenere stabile il prato. Si tratta di un progetto LIFE, cioè di un contributo europeo finalizzato specificamente ad interventi in aree protette.

Raramente si è visto il lago Superiore così pieno d’acqua; la scorsa settimana lo era ancora di più e risulta difficile credere alle previsioni degli idrologi che affermano esso sia destinato a scomparire, trasformandosi in una palude. Sopravviverà solo il lago inferiore, più profondo e soprattutto alimentato dalle sorgenti sotterranee.

Il lago Superiore alla fine di giugno, una settimana fa
Dal Lago Superiore, e in particolare dal suo delta lacustre costituito da materiali trasportati dal corso d'acqua in secoli di “lavoro" possiamo osservare la barriera ai caldi venti del sud costituita dal complesso del Mangart.
Da est verso ovest, Ponze, Strugova, Veunza, Mangart e Travnik contribuiscono a rendere rigido e continentale il clima della conca, che presenta dei minimi termici incredibili (-35°!) determinando comportamenti anomali della vegetazione (la pecceta di fondovalle, più bassa della faggeta).
Alle compatte ed aspre cime dolomitiche del Mangart e delle Ponze fanno contrasto le forme a linee più dolci e continue delle masse detritiche e moreniche che occupano il fondo della conca, generate da millenni di erosione dei ghiacciai e degli agenti atmosferici.
Accumuli di detrito occupano il fondo dei canaloni e dei laghi, originati dallo sbarramento di due cordoni morenici trasversali che si possono notare nell’immagine da Google (28 e 130 metri di altezza sul lago).

L'idrografia superficiale è quasi del tutto assente perché l’acqua scompare nelle permeabili formazioni detritiche e moreniche alimentando i due laghi per vie sotterranee.
Le rocce della conca di Fusine sono esclusivamente di origine sedimentaria; si tratta cioè di ghiaie, sabbie, fanghi e carbonati che si solidificarono e indurirono nel corso di tempi lunghissimi, formando stratificazioni ogni volta che vi erano arresti o variazioni della velocità di sedimentazione.
Tornando alle rocce, nell’Era Cenozoica le spinte tangenziali sugli strati, che all’inizio avevano una posizione orizzontale sul fondo del mare, portarono alla formazione di evidenti curvature con sollevamenti ed accavallamenti che, in circa 50 milioni di anni, formano gli attuali gruppi montuosi.

Analogamente, lungo il percorso il mio gruppo ha avuto modo di discutere di un’altra stratificazione, quella degli anelli di crescita molto evidenti nei tronchi di peccio tagliati rinvenuti lungo la strada (foto Daniela Mangiola). Anche in questo caso la diversa velocità di crescita delle cellule ha determinato una serie ben visibile, che i dendrocronologi utilizzano per datare tronchi, mobili, ma soprattutto eventi meterologici e cambiamenti climatici.
La degradazione chimico-fisica operata dagli agenti atmosferici sulla roccia, e soprattutto i ghiacciai che hanno “lavorato” i monti fino a 10 mila anni fa hanno portato alla odierna tipica morfologia glaciale. La glaciazione wurmiana quaternaria ricoprì tutto il bacino dei due laghi e dalla coltre di ghiaccio emergevano solo le cime più alte (nunatakker) del Mangart, delle Ponze e del Colrotondo e di quel passaggio oggi rimangono i depositi morenici sul fondo della conca.
Lungo il percorso abbiamo potuto osservare come resti testimonianza di questi avvenimenti non solo nella presenza di depositi litoidi anche consistenti (come i massi erratici “Pirona” e “Marinelli”) ma anche nell’esplicarsi di specie relitte ad areale disgiunto, come il Camedrio alpino, che abbiamo visto abbondantemente in frutto nel tratto dell’Alpe Vecchia, a 1300 metri, quando il sentiero 513 piega ad est per raggiungere poi, a nord, il rif. Zacchi.


Proprio in questa zona, in corrispondenza al bivio tra il sent. 513 e 517, ci permettiamo una sosta di una ventina di minuti, per riposarci dopo la scoscesa salita percorsa velocemente nel canalone. Da qui notiamo la forte pendenza di tali accumuli (anche 35° nel caso delle falda detritica ad Ovest di Cima Strugova) e la ricchezza di materiale lapideo (“macereti” o “ghiaioni”) nella valletta che porta alla forcella Sagherza e ospita la ferrata “via della Vita”, con in cima il bivacco CAI Tarvisio. Attorno ad un grande masso ci fermiamo a discutere dei segni blu e bianchi che abbiamo scorso lungo la strada (la suddivisione delle proprietà). Alberto approfitta per spiegarci la funzione del bosco e la sua gestione.


Il gruppo è costituito da:

· Orazio, esperto di Asiago che ha ereditato dal padre la passione per le escursioni e collabora con la Pro loco di Asiago; ci racconterà qualcosa sulla transumanza
· Anna, la rossa riccioluta che, da laureata in economia aziendale, tratterà dell’attività di malga e di economia della montagna
· Lorenza, l’architetta che per aiutarmi a memorizzare il suo aspetto mi promette di non togliere il cappello per tutta la giornata (ma resisterà solo fino al Zacchi); produttrice di vino, si interessa anche di disegno e pittura, oltre che di natura
· Annalisa, l’altra rossa, preccupata per il figlio che andrà a scalare il Monte Rosa e che in quel momento si trovava su un ghiacciaio
· Daniela, che mi si presenta come “quella che dimentica gli scarponi”, condividendo con me questa distrazione. Prof. di lettere molto interessata a tutto (prende un sacco di appunti), ci ha portato spesso degli esempi ripresi da un recente convegno sulle Dolomiti patimonio dell’Unesco dov’è rimasta particolarmente colpita dall’intervento dal forestale Davide Pettenella
· Carlo, che è entrato a far parte del gruppo all’ultimo momento ma non per questo meno interessato a interagire con gli altri
· Alberto, il “100% Austria”, come recita la sua maglietta; forestale che interverrà spesso su temi specifici del suo campo e ci mostrerà lungo il percorso alcuni interessanti esempi di carie cubica
· Marco, 100% friulano! Ben protetto dal sole con un cappellino prominente sugli occhiali scuri, buon conoscitore delle montagne lì attorno. Tradurrà per tutti una targa ricordo scritta in friulano.

A proposito della carie cubica, lungo il percorso Alberto ci fa notare vari esempi.
Il colore del legno intaccato dipende dalla componente cellulare che viene degradata, così distinguiamo due forme principali: la carie bruna con prevalente degradazione della cellulosa, ad opera delle cellulasi (mentre risparmia la lignina) e la carie bianca, legata ad un fungo con prevalente degradazione della lignina, ad opera degli enzimi ligninolitici.

Gli agenti di carie bruna, lasciando parzialmente intatta la lignina, danno al legno un aspetto rigido ma friabile: il legno perde la resistenza, imbrunisce e si rompe su tre piani di sfaldatura perpendicolari tra loro (da cui il nome di “carie cubica”) dando fessurazioni e screpolature. Il legno della carie bianca si presenta di colore biancastro ed ha un aspetto più lasso, sfasciato e, nel tempo spugnoso e friabile tanto da formare delle cavità (nel legno resta la cellulosa legata ai raggi parenchimatici ed il tessuto risulta sensibile alla flessione, ma resistente alla tensione).

Lungo il percorso la natura ci fornisce varie occasioni per discutere di biologia, ecologia, botanica, geologia. Così attraversando il corso del torrente asciutto parliamo di granulometria e di trasporto di ciottoli, si discute di biomonitoraggio e di indici di qualità delle acque nonché di strategie degli organismi per difendersi dal dilavamento impetuoso delle acque torrentizie. Prima di imboccare il sentiero che si inerpica sull’Alpe Vecchia, un tratto ricco di fango per il passaggio di trattore (recupero tronchi tagliati) ci fornisce il pretesto per parlare di tracce e di impronte degli animali (sono visibili quelle di una volpe sovrapposte a quelle di una ballerina e poco più in là quelle di una donnola, oltre alle “impronte” lasciate dalla pioggia).

Alcune farfalle in amore ci danno lo spunto per parlare del meraviglioso mondo dei lepidotteri e del loro curioso modo di vivere più vite diverse. Daniela D, andata in avanscoperta, oltre alla Zootoca vivipara ha potuto osservare il rituale di corteggiamento delle farfalle, in particolare del Pieride Aporia crataegi. Sono suoi gli scatti qui sotto (le altre foto sono di Dario).


I Lepidotteri (da “squama” e “ala”) sono suddivisi in ROPALOCERI (farfalle diurne con antenne clavate) ed ETEROCERI (notturni, con antenne di diversa grandezza). Le farfalle diurne hanno ali variamente colorate che, durante il riposo, stanno sollevate verticalmente sul corpo mentre le falene hanno ali meno vistose.

Riguardo all’accoppiamento, quasi sempre è il maschio a compiere i primi passi nel corteggiamento, emettendo ferormoni per eccitare le femmine, mentre i colori invece servono al riconoscimento intrasessuale. I ferormoni nelle femmine sono secreti da ghiandole addominali, nel maschio da speciali squame delle ali (gli androconi). Il consenso alla copula avviene per accostamento ventre-ventre simmetrico e quindi avviene il volo nuziale coda-coda.

Alla schiusa dell’uovo (una decina di giorni dopo la deposizione effettuata sulla giusta pianta nutrice, sotto o sopra la foglia a seconda della specie) esce un bruco terricolo, dotato di un apparato boccale trituratore con quale si ciba di vegetali e prima ancora del suo stesso uovo; successivamente compie una “metamorfosi completa” una trasformazione con distruzione e completa ricostruzione degli organi. Siccome il bruco cresce anche mille volte di più del peso iniziale, dovrà liberarsi più volte della pelle elastica che lo ricopre, e raggiunto il massimo della crescita si trasformerà in crisalide, scegliendo accuratamente il luogo sicuro spesso un ramo di una pianta, dove si fisserà in posizione eretta producendo dei fili di seta. Qui produrrà l’involucro chitinoso che lo racchiuderà (crisalide). Alla fine la farfalla lacera l’involucro e comincia ad aspirare aria e a far scorrere l’endolinfa nelle ali raggrinzite che in breve devono essere dispiegate e asciugate al sole per non rimanere indefitamente corrotte.

Alcune farfalle sono migratrici, spostandosi in primavera-estate dalle regioni mediterranee in primavera per riprodursi con una o più generazioni prima dell’autunno per poi tornare verso sud nel periodo di tarda estate-autunno (Europa meridionale). Grandi migratrici sono la Vanessa del cardo (Cynthia cardui) e la Vanessa Atalanta, che dall’Europa centrale e meridionale si spostano verso le isole Britanniche e l’Islanda nel periodo primaverile, compiendo la rotta inversa nel periodo autunnale.

Infine riporto un argomento che abbiamo avuto modo di discutere e che può rappresentare un motivo per approfondire le modalità di riproduzione sessuata e asessuata del mondo animale e vegetale: le felci. Appena abbandonato il sito dove abbiamo rilevato le impronte degli animali, abbiamo trovato in pochi metri sia la felce femmina (Athyrium filix foemina), in alto nella fotografia, che la felce maschio (Dryopteris filix-mas), in basso, che rappresentano due specie e generi diversi. La felce femmina ha le pinnule meno accuminate e meno suddivise. Le spore sono in gruppi a forma di fagiolo e non rotondi.


Tra le Pteridofite, oltre alle felci, ci sono gli equiseti, i licopodi, le selaginelle ( “pteron” significa ala). Il corpo vegetativo (cioè la pianta, esclusi gli organi riproduttivi) è un cormo formato da tessuti (legno, corteccia, midollo, ecc.) e di organi differenziati (radice, fusto, foglie, ecc.), che non si trovano nelle “Tallòfite” (alghe, funghi e licheni, dei quali parleremo lungo il percorso). Rispetto alle piante “superiori” mancano quegli organi sessuali ben differenziati che sono i fiori ed i semi, caratteristici proprio delle Fanerògame. In sintesi, le Pteridofite sono Crittogame (piante senza fiori né semi), vascolari (dotate di tubicini per la conduzione della linfa) e cormofite.Rispetto alle piante “superiori” mancano quegli organi sessuali ben differenziati che sono i fiori ed i semi, caratteristici proprio delle Fanerògame. In sintesi, le Pteridofite sono Crittogame (piante senza fiori né semi), vascolari (dotate di tubicini per la conduzione della linfa) e cormofite.

Sul finire dell’escursione siamo stati attratti dal movimento di un uccello nel nido, su un peccio, a pochi metri dalle nostre teste. E’ iniziata una rumorosa discussione probabilmente chiusa dall’intuizione di Fabrizio che ha riconosciuto una tordela (o tordo bottaccio? mah).

Nel grafico qui sotto, il profilo altimetrico superato nel corso della giornata. Più sotto, alcune immagini del lago Superiore visto dal deposito morenico che separa i due laghi.



La carovana di 45 ON lungo il sentiero che costeggia il lago Superiore. Le acque del lago Superiore hanno profondità variabile ma attorno ai 10 metri, mentre quelle del lago Inferiore sono profonde 24 metri e rimangono stabili, in genere, nel corso dell'anno.

Alla fine della giornata era troppo tardi per visitare la pur vicina torbiera Scichizza. Solo un ristretto gruppetto è riuscito a visitarla quasi all'imbrunire. Le ultime immagini (Cephalantera rubra, Epipactis palustris, Gentiana pnemonanthe, ecc..) si riferiscono alla flora e alla fauna del luogo.








1 commento:

Elisabetta ha detto...

:) splendido tutto :) complimenti davvero:)
la montagna è anche la mia passione!
ciao a tutto il gruppo ... elisabetta